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LO SGUARDO NARRATIVO

1. Il punto di partenza
 

Nella scuola, nella critica e nella vita quotidiana siamo abituati a chiederci:
 

— Cosa significa questa storia?
— Cosa voleva dire l'autore?
— È bella o brutta?
— Mi è piaciuta o no?

 

Tutte domande legittime.
Ma lasciano in ombra una domanda altrettanto importante.

 

2. La domanda mancante
 

Cosa mi ha fatto questa storia?
 

Mi ha fatto immaginare qualcosa?
Mi ha fatto sentire qualcosa?
Mi ha lasciato una domanda?
Mi ha cambiato, anche solo un poco?
Mi ha fatto guardare diversamente qualcuno?
Mi ha dato una nuova possibilità di interpretare il mondo?


3. Perché questa domanda è importante?
 

Perché le storie non sono oggetti neutri.
Quando attraversiamo una storia, quella storia attraversa anche noi.

 

Lascia tracce.
Alimenta immagini.
Suggerisce interpretazioni.
Modella aspettative.
Costruisce significati.
Contribuisce a formare il modo in cui vediamo il mondo, gli altri e noi stessi.


4. Quindi…
 

Se le storie partecipano continuamente alla nostra formazione,
allora diventa utile imparare a osservare i loro effetti.

 

Non per giudicarle.
Non per censurarle.
Non per stabilire quali siano "buone" o "cattive".

 

Ma per diventare più consapevoli della relazione che stiamo costruendo con esse.
 

5. E qui nasce lo sguardo narrativo
 

Lo sguardo narrativo è semplicemente questo:
un tentativo di osservare cosa accade nell'incontro tra una storia e una persona.

 

Non studia soltanto la storia.
Non studia soltanto la persona.
Studia la relazione tra le due.

 

È uno strumento semplice: due momenti, otto domande.
Non serve essere esperti. Serve imparare a fermarsi un attimo invece di passare subito alla storia successiva.

PRIMO MOMENTO — Cosa mi ha fatto?

dopo aver vissuto una storia — un film, una canzone, un libro, una serie, un videogioco, un reel, qualsiasi cosa — fermati un momento e osserva.

Mi ha fatto immaginare?
Il cervello costruisce immagini mentre ascoltiamo o guardiamo una storia. Scene, personaggi, ambienti, situazioni.
Non per tutti accade nello stesso modo: a volte le immagini sono nitide, altre volte restano sensazioni, movimenti, atmosfere.
Ma qualcosa quasi sempre si mette in moto.

Mi ha fatto sentire?
Tensione, curiosità, rabbia, paura, divertimento, sollievo, nostalgia.
A volte l'emozione è evidente.
A volte è soltanto una piccola sensazione nel corpo.
Riconoscerla è il primo passo per capire perché quella storia ci ha coinvolto.

Mi ha fatto pensare?
Una domanda.
Un dubbio.
Un ricordo.
Un collegamento che prima non avevi fatto.
Le storie non ci lasciano soltanto informazioni. A volte ci offrono nuovi modi di guardare le persone, le relazioni e il mondo.

Mi ha fatto venire voglia di raccontarla?
Una scena.
Una frase.
Un'emozione.
Un'idea.
Quando sentiamo il bisogno di condividere una storia con qualcuno, spesso significa che quella storia è entrata davvero nella nostra esperienza.
Le storie che restano più a lungo sono spesso quelle che sentiamo il desiderio di portare dentro una relazione.

Questi quattro segnali non dicono se una storia è bella o brutta.
Dicono semplicemente cosa ha fatto accadere dentro di noi.
Osservarli non significa giudicare.
Significa diventare più consapevoli.

SECONDO MOMENTO — Che relazione voleva costruire con me?

Ora spostiamo lo sguardo dalla nostra esperienza alla storia stessa.
Non chiediamo soltanto cosa mi ha fatto.
Ci chiediamo anche cosa stava cercando di fare. 

Perché questa storia esiste?
Voleva aprirti uno spazio?
Farti sentire, capire o immaginare qualcosa di nuovo?
Oppure voleva soltanto trattenere la tua attenzione?
La funzione dichiarata di una storia non è sempre la sua funzione reale.

Come ti ha trattato?
Ti ha lasciato spazio per immaginare e pensare con la tua testa?
Oppure ha guidato ogni emozione e ogni interpretazione senza lasciarti mai davvero libero?

 

Cosa resta dopo?
Una domanda.
Una prospettiva nuova.
Un piccolo cambiamento.
Una maggiore comprensione di te o degli altri.
Oppure soltanto il bisogno immediato della prossima storia.

Stavi scegliendo tu?
Potevi fermarti?
Prendere distanza?
Mettere in discussione ciò che stavi vivendo?
Oppure la storia ti teneva agganciato senza che te ne accorgessi?

Lo sguardo si allena

Non è un test da superare.
Non esistono risposte giuste o sbagliate.
È una pratica.
Come qualsiasi allenamento, funziona se viene ripetuta nel tempo.

Nei laboratori nelle scuole i ragazzi imparano a usare questo strumento con film, serie, canzoni, videogiochi, libri e contenuti dei social.
Ma lo stesso sguardo può essere utilizzato da chiunque.
Da un insegnante che sceglie i testi di un anno scolastico.
Da un genitore che guarda un film con i figli.
Da uno spettatore a teatro.
Da chiunque voglia capire meglio cosa sta lasciando entrare dentro di sé.

Perché le storie non passano semplicemente davanti ai nostri occhi.
In qualche misura, partecipano a costruire il modo in cui vediamo il mondo, gli altri e noi stessi.

→ Scopri il progetto nelle scuole

→ Scopri il meccanismo delle storie

Hai una storia che ti ha fatto immaginare, sentire, pensare e che ti è rimasta dentro?

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La forza di una storia

non è in ciò che dice.
È in ciò che fa accadere.
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